La vita bugiarda degli adulti di Elena Ferrante
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Titolo:
La vita bugiarda degli adulti
Genere:
narrativa
Editore:
E/O
Anno:
2019
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★★★★☆
(4 /5)
★★★★☆
(4 /5)
Prima lettura del 2020 e non avrei potuto iniziare meglio.
Ho imparato
ad amare Elena Ferrante con la saga de L’amica geniale, e in questo libro
ho ritrovato tanti – pure troppi? – elementi simili a quelli che ci aveva già
proposto: un romanzo di formazione che segue la crescita di una protagonista
femminile (Giannina), prima bambina e poi ragazza insoddisfatta, che tenta di
districarsi tra le vie di una Napoli ambivalente e di capire che cosa vuole
diventare, a chi vuole assomigliare.
Ai
suoi genitori, perfetti all’apparenza, con un esercito di scheletri nascosto nell’armadio?
O alla zia Vittoria, spontanea in maniera estrema, nel suo dialetto come nelle
sue passioni?
L’educazione,
il sesso, l’amore, la verità, tutto viene scandagliato e osservato con la lente
d’ingrandimento mentre Giannina si scontra a muso duro con l’adolescenza e s’interroga
su che cosa nella vita conti davvero. E ad accompagnarla c’è un braccialetto
che passa di mano in mano, in cui paiono riversarsi tutte le sue angosce, i
suoi dubbi; un talismano che assorbe le energie di chi lo ha indossato, se ne nutre,
per poi risputarle fuori con la forza di un incantesimo (o di un maleficio?).
La
prima cosa che ho pensato, quando sono arrivata all’ultima pagina, è stata: la
Ferrante è cattiva.
Che
cosa intendo per ‘cattiva’?
Intendo
che Elena Ferrante è talmente onesta sul mondo e sugli esseri umani da
essere quasi spietata. Non addolcisce nessuna pillola, non ha paura di mostrare
le parti più ‘sporche’ e corporee, che appartengono alla nostra natura ma a cui
pensiamo con repulsione (dalla pubertà alla masturbazione), né gli istinti e i
lati più brutti e ossessivi che si annidano nel cervello umano.
E
usa la stessa onestà con i suoi personaggi, perché anche qui, proprio come ne L’amica
geniale, sono tutti messi a nudo in un modo che li fa quasi risultare
sgradevoli (soprattutto gli uomini che, ormai mi è chiaro, nell’universo della
Ferrante fanno tutti schifo, senza eccezioni o quasi).
Ma
l’aspetto che viene trattato con maggior potenza, quello che ogni volta mi
colpisce come un macigno sulla testa, è la psicologia femminile. Per
quanto sia evidente che le ami, la Ferrante non fa nessuno sconto neppure alle
donne.
Ci
mostra come le donne fanno dipendere dagli uomini la loro percezione di se
stesse, come la bellezza sia una qualità che la donna si attribuisce solo
se è un uomo a riconoscergliela; come le donne facciano girare la propria vita
intorno agli uomini, fino ad arrivare a credere che la loro esistenza dipenda
solo e soltanto dall’amore e dal sesso.
E
se da una parte – riconosce l’autrice – questo forse è un segno della loro
forza, perché ci vuole forza per amare in un modo così totalizzante e assoluto,
dall’altra viene anche da chiedersi: è davvero questa la cosa più importante
nella vita? Amare, essere amate?
“Ci salutammo alla funicolare e da allora non l'ho più rivisto. Non osai fare domande su Roberto, non chiesi se Vittoria gli aveva parlato di me, se gli aveva raccontato i fatti di casa mia. Dissi solo, vergognandomi:"Mi sento brutta, di cattivo carattere, e tuttavia vorrei essere amata".Ma lo dissi tardi, in un soffio, quando lui già mi dava le spalle.”
Come pure è tipico della sua scrittura, Elena Ferrante non ci dà tutte le risposte, e anzi questo libro rimane forse anche un po’ troppo nebuloso in fin dei conti (per questo ho dato 4 stelle e non 5).
Ma
è la verità di ciò che racconta che ti travolge, che ti trascina avanti finché
non arriva quel punto in cui esplode e sbam, ti colpisce proprio lì dove
vuole colpire. E alla fine poco importa se non c’è un senso complessivo (o
quasi): è la vita che è senza senso, e Elena Ferrante ci racconta la vita nella
sua essenza primordiale.




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