La vita bugiarda degli adulti di Elena Ferrante

by - gennaio 13, 2020

«Due anni prima di andarsene di casa mio padre disse a mia madre che ero molto brutta. La frase fu pronunciata sottovoce, nell’appartamento che, appena sposati, i miei genitori avevano acquistato al Rione Alto, in cima a San Giacomo dei Capri. Tutto - gli spazi di Napoli, la luce blu di un febbraio gelido, quelle parole - è rimasto fermo. Io invece sono scivolata via e continuo a scivolare anche adesso, dentro queste righe che vogliono darmi una storia mentre in effetti non sono niente, niente di mio, niente che sia davvero cominciato o sia davvero arrivato a compimento: solo un garbuglio che nessuno, nemmeno chi in questo momento sta scrivendo, sa se contiene il filo giusto di un racconto o è soltanto un dolore arruffato, senza redenzione».


Titolo: La vita bugiarda degli adulti
Genere: narrativa
Editore: E/O
Anno: 2019



★★★
(4 /5)


Prima lettura del 2020 e non avrei potuto iniziare meglio.

Ho imparato ad amare Elena Ferrante con la saga de L’amica geniale, e in questo libro ho ritrovato tanti – pure troppi? – elementi simili a quelli che ci aveva già proposto: un romanzo di formazione che segue la crescita di una protagonista femminile (Giannina), prima bambina e poi ragazza insoddisfatta, che tenta di districarsi tra le vie di una Napoli ambivalente e di capire che cosa vuole diventare, a chi vuole assomigliare.

Ai suoi genitori, perfetti all’apparenza, con un esercito di scheletri nascosto nell’armadio? O alla zia Vittoria, spontanea in maniera estrema, nel suo dialetto come nelle sue passioni?


L’educazione, il sesso, l’amore, la verità, tutto viene scandagliato e osservato con la lente d’ingrandimento mentre Giannina si scontra a muso duro con l’adolescenza e s’interroga su che cosa nella vita conti davvero. E ad accompagnarla c’è un braccialetto che passa di mano in mano, in cui paiono riversarsi tutte le sue angosce, i suoi dubbi; un talismano che assorbe le energie di chi lo ha indossato, se ne nutre, per poi risputarle fuori con la forza di un incantesimo (o di un maleficio?).





La prima cosa che ho pensato, quando sono arrivata all’ultima pagina, è stata: la Ferrante è cattiva.

Che cosa intendo per ‘cattiva’?

Intendo che Elena Ferrante è talmente onesta sul mondo e sugli esseri umani da essere quasi spietata. Non addolcisce nessuna pillola, non ha paura di mostrare le parti più ‘sporche’ e corporee, che appartengono alla nostra natura ma a cui pensiamo con repulsione (dalla pubertà alla masturbazione), né gli istinti e i lati più brutti e ossessivi che si annidano nel cervello umano.

E usa la stessa onestà con i suoi personaggi, perché anche qui, proprio come ne L’amica geniale, sono tutti messi a nudo in un modo che li fa quasi risultare sgradevoli (soprattutto gli uomini che, ormai mi è chiaro, nell’universo della Ferrante fanno tutti schifo, senza eccezioni o quasi).





Ma l’aspetto che viene trattato con maggior potenza, quello che ogni volta mi colpisce come un macigno sulla testa, è la psicologia femminile. Per quanto sia evidente che le ami, la Ferrante non fa nessuno sconto neppure alle donne.

Ci mostra come le donne fanno dipendere dagli uomini la loro percezione di se stesse, come la bellezza sia una qualità che la donna si attribuisce solo se è un uomo a riconoscergliela; come le donne facciano girare la propria vita intorno agli uomini, fino ad arrivare a credere che la loro esistenza dipenda solo e soltanto dall’amore e dal sesso.

E se da una parte – riconosce l’autrice – questo forse è un segno della loro forza, perché ci vuole forza per amare in un modo così totalizzante e assoluto, dall’altra viene anche da chiedersi: è davvero questa la cosa più importante nella vita? Amare, essere amate?




Ci salutammo alla funicolare e da allora non l'ho più rivisto. Non osai fare domande su Roberto, non chiesi se Vittoria gli aveva parlato di me, se gli aveva raccontato i fatti di casa mia. Dissi solo, vergognandomi:
"Mi sento brutta, di cattivo carattere, e tuttavia vorrei essere amata".
Ma lo dissi tardi, in un soffio, quando lui già mi dava le spalle.



Come pure è tipico della sua scrittura, Elena Ferrante non ci dà tutte le risposte, e anzi questo libro rimane forse anche un po’ troppo nebuloso in fin dei conti (per questo ho dato 4 stelle e non 5).

Ma è la verità di ciò che racconta che ti travolge, che ti trascina avanti finché non arriva quel punto in cui esplode e sbam, ti colpisce proprio lì dove vuole colpire. E alla fine poco importa se non c’è un senso complessivo (o quasi): è la vita che è senza senso, e Elena Ferrante ci racconta la vita nella sua essenza primordiale.

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