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Titolo:
Gli scomparsi di Chiardiluna
Originale: Les disparus de Clairdelune
Genere:
fantasy
Editore:
E/O
Anno:
2019
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Questo
sequel conferma l’opinione positiva che m’ero fatta del primo libro e anche di
più. Mistero, romance, azione, mitologia e tematiche interessanti, svolte mai
scontate… non manca davvero nulla.
L’intreccio
non dà un attimo di respiro, si fa forza sui diversi misteri della trama (in
primis le sparizioni, e poi i frammenti che spezzano la narrazione) e ti trascina
senza difficoltà fino allo sprint finale, un centinaio di pagine che non si
risparmiano in niente, dalle emozioni ai colpi di scena – per quanto
improbabili possano essere.
Perché
è proprio questa la cosa migliore dell’Attraversaspecchi: è un paradosso.
L’universo e la storia sono ben costruiti, e man mano diventa evidente che la
Dabos stia seminando indizi che fanno parte di un piano più grande; però al
tempo stesso è tutto folle, e anche se succedono cose al limite dell’assurdo, il
lettore ha già accettato i termini fin dalla prima riga: l’assurdo è parte
integrante di questa saga. Ecco, se all’improvviso Ofelia si svegliasse e urlasse
SCHERZONE, i primi due libri erano solo un sogno!, io non sarei sorpresa e lo
accetterei pure. Siamo a quel livello lì.
Questa
struttura narrativa investe anche l’intero cast: fatta eccezione per Ofelia, i
personaggi sono sviluppati quel giusto che basta a non sembrare delle
macchiette, però lasciano sempre quel pizzico di dubbio, di nebulosità , per cui
il lettore non è mai sicuro al cento per cento di potersi fidare di loro; ed
ecco allora che anche il giallo si fa più intrigante, perché il colpevole potrebbe
essere chiunque, e quando la verità viene fuori ti sorprende ma in realtÃ
neanche tanto.
L’unico
personaggio di cui possiamo fidarci senza paura è Ofelia, ed è una protagonista
a cui io voglio tanto bene. Dopo gli avvenimenti di Fidanzati dell’inverno, Ofelia
ha decisamente acquistato un po’ di sicurezza in più, però senza mai arrivare a
snaturarsi; è sempre intelligente, fedele ai suoi principi morali, remissiva
quanto desiderosa di indipendenza (questo è l’aspetto che preferisco, perché
per quanto possa sembrare contraddittorio in realtà è un tratto caratteriale
che io e lei abbiamo in comune). È anche tremendamente fredda e diffidente, ma
possiamo darle torto in un contesto del genere?
In
questo libro mi sono affezionata anche a Thorn. Mi è sembrato un po’ più vicino
rispetto a Fidanzati, anche se i contorni sono ancora un po’ sfumati e le sue
motivazioni non del tutto chiare; lo stesso vale per tutti gli altri
(Archibald, Berenilde, Ildegarda): non si può dire che siano personaggi
estremamente approfonditi o a tutto tondo, ma sono convinta che la loro nebulositÃ
sia voluta; è come se l’autrice volesse farci affezionare a loro, lasciando
però sempre un margine di dubbio sui loro veri scopi e sulla loro vera natura
(e ci riesce molto bene).
L’unico
personaggio su cui sono un po’ restia è Faruk; lo trovo a tratti eccessivamente caricaturale, e non ho ben capito che cosa la Dabos intenda trasmetterci nei
suoi riguardi. Dovremmo provare empatia per lui? Pietà , addirittura? Posso
capire che sia una vittima di Dio, ma onestamente non mi bevo la storiella che
sia una vittima della sua corte; Faruk è uno schifoso tiranno che vive come un
pascià , circondato da cortigiane/prostitute e giocandosi a dadi la giustizia e
i destini dei suoi sudditi. Non ho ancora capito perché dovrei empatizzare con
lui.
Gli
aspetti più interessanti della storia comunque restano il tema della divinità e
la mitologia degli spiriti di famiglia. In questo libro ci vengono date molte
nuove informazioni (la guerra, la Lacerazione, la figura di Dio) ma resta forte
il desiderio di saperne di più e di capire dove la Dabos voglia andare a parare; un tema del genere non può non avere un significato forte nascosto dietro: ma
è un messaggio contro la religione in generale? Anti-cristiano? Per ora non
mi sbilancio con le teorie, ma aspetto con ansia il terzo volume.
★★★★★



