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Titolo: The City of Brass
Genere:
fantasy
Editore:
Harper Voyager
Anno:
2017
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★★★☆☆
(3,5 / 5)
Di
buono The City of Brass ha che non cade nella solita trappola dei primi
volumi delle saghe: non è un libro puramente introduttivo, non perde tempo in
spiegoni e non manca nemmeno d’azione. Io però l’ho trovato comunque lento - e
soprattutto confusionario - fino alle ultime 50 pagine o giù di lì.
La
trama è pure buona: non ha un granché di originale (se togliamo l’ambientazione
orientaleggiante e i riferimenti alla religione musulmana) ma il word-building
e il sistema magico sono ben studiati, e qua e là viene pure infilata qualche
svolta interessante – l’epilogo, ad esempio, mi ha sorpresa e mi è piaciuto
molto.
Però
ci sono due grandi problemi: il primo è che, sebbene ci sia una cura evidente
dietro la trama, l’autrice non si dà gran pena di farla capire anche a noi,
di spiegare in modo chiaro il mondo, le razze e le vicende politiche; in
compenso si lancia in una scarica di infodump da capogiro, sommergendoci
di aneddoti ed elementi diversi descritti con una gran faciloneria. Introduce
con disinvoltura i nomi di tantissime creature, storie di famiglie e del
passato della città , senza però fare mai un riepilogo o curarsi di essere un
po’ più esaustiva per il povero lettore – o almeno la povera sottoscritta – che
di tutta questa roba non ne sa una mazza e non può che ritrovarsi disorientato.
Non
a caso è stato inserito un glossario finale molto accurato ma, per quanto mi riguarda,
mentre leggo un libro non ho tanta voglia di interrompere la lettura 300
volte per andarmi a cercare le definizioni e tentare di capirci qualcosa.
E
si riscontrano le stesse debolezze nella rappresentazione: quella LGBT, quella
della religione musulmana… sono presenti ma rimangono molto superficiali.
Insomma,
è un problema di stile: so che la regola generale della narrativa è “show,
don’t tell”, ma qui un po’ più di tell non avrebbe fatto male; c’è
pochissima chiarezza e in ultimo è la confusione a farla da padrona.
Il
secondo problema pure è stilistico, ma riguarda la trama e i personaggi. La
storia parte da premesse abbastanza buone ma poi va a incastrarsi nei soliti
vicoli ciechi degli stereotipi e delle trame banali (cioè triangolo amoroso,
davvero? Ma ormai non sono datati?).
I
personaggi sono pochi e monocorde: Nahri è quasi completamente piatta, Dara un
mezzo cliché. L’unico che salvo è Ali ma il suo potenziale non è sviluppato al
meglio; ha tutte le caratteristiche per essere un ottimo personaggio grigio (un
po’ come Dara) ma questi aspetti sono tristemente lasciati in disparte, perché
l’autrice sembra determinata a dipingere Ali come il BuonoTM e
Dara come il KattivoTM (ah, so che The City
of Brass è pubblicizzato come fantasy per adulti, ma in realtà è uno Young
Adult che se la tira).
D’altronde
questo libro mi è parso più guidato dal plot, che dai personaggi: ci sono svolte
scritte apposta per portare la trama a un determinato punto (anche se sono
stupide o tirate fuori dal cappello, tipo IL MARID, chi deve capire capisca),
le relazioni sono sviluppate in modo affrettato (Ali e Nahri a un certo punto
diventano amici dal nulla visto che l’autrice non ritiene necessario descrivere
i loro primi incontri e lo sviluppo della relazione, e giudica meglio liquidare
tutto in due righe. Nonostante il loro rapporto debba evidentemente diventare
uno dei nodi centrali della saga. IO BOH.)
Insomma,
nonostante oggettivamente non sia un brutto libro, per il mio personalissimo gradimento ultra-soggettivo posso dare al massimo 3 stelle. C’è stato qualche momento in cui mi
ha preso ma per l’80% del tempo l’ho trovato proprio tanto noioso. Aggiungo
mezza stellina di incoraggiamento, augurandomi che nei seguiti il potenziale
della storia e dei personaggi venga sviluppato meglio (ripeto, il finale mi ha
dato molta speranza).











