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Titolo: A court of thorns and roses
Genere:
Paranormal Romance
Editore:
Bloomsbury
Anno:
2015
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A
court of thorns and roses è un classico romance/harmony che usa qualche elemento
di fantasy (pochi, pochissimi) come cornice per imbellettare la narrazione. E
questo non sarebbe neanche un problema (molti Young Adult lo fanno, e lo fanno
anche bene), se non fosse che manca anche tutto il resto: non c’è trama, non
c’è word-building, non c’è un cast interessante, non c’è originalità . Non me ne
vogliano i fan della saga, ma non ho proprio capito che cosa ci sia (di
bello o di brutto) in questo libro.
Partiamo
dal primo punto: la trama è inesistente. È un libro in cui non succede nulla,
se non lo sviluppo di un romance che 1. è un retelling dichiarato de La
bella e la bestia che non si sforza minimamente di aggiungere qualcosa di
nuovo; 2. è composto da due personaggi talmente monodimensionali che anche la
loro storia d’amore diventa una linea piatta.
Solo
nelle ultime cento pagine o giù di lì l’autrice ricorda all’improvviso che
forse c’è bisogno di un minimo di plot, ed ecco che butta lì un’antagonista
scontata che più scontata non si può, e tre prove che non solo sono scopiazzate
da altre fonti (vi dico solo che la prima prova è un misto tra il Basilisco e
l’Ungaro Spinato), ma sono anche del tutto random e prive di senso. E a
proposito di scopiazzature, l’intero libro è un’accozzaglia di tropes erotici
che sono estratti senza ritegno dalle fanfiction NC-17; e non parlo di quelle
belle – perché ce ne sono – ma di quelle che si prendono in giro da sole
chiamandosi porn without plot o plot what plot, che sono
oggettivamente brutte. Ma dico io, già la storia è un retelling, quindi non ha
richiesto nessuna originalità di partenza – un piccolo sforzo almeno, lo
vogliamo fare? (Spoiler: no).
I
personaggi potrebbero essere anche essere sostituiti da sagome, potrebbero
chiamarsi Feyre come Luciana, Tamlin come Pinco Pallino, Rhysand come Rodolfo,
e non farebbe nessuna differenza; a parte i loro passati tragici, non hanno
nessuna caratteristica che li contraddistingua. Feyre, poi, è la classica
protagonista a cui viene tolta l’intelligenza per mandare avanti la storia:
possibile che si beva tutto quello che le viene detto senza farsi nessuna
domanda? (Spoiler: sì). L’unica cosa che ho apprezzato – e l’unico cambiamento
rispetto alla fiaba originale – è il fatto che Feyre non sappia leggere, ma
anche lì sembra una cosa fatta più per alimentare il suo vittimismo che per
altro (e poi perché le sue sorelle sanno leggere e lei no? Ah, giusto, lei è la
piccola fiammiferaia che era troppo impegnata a cacciare per la famiglia
povera. […] *balle di fieno che rotolano*).
Anche
il world-building, per quanto parta da alcuni spunti ricchi di potenziale,
resta vaghissimo; eccezion fatta per qualche spiegone sulla divisione delle
Corti e sulla storia (banalissima) di Amaranta, non si capisce nulla né
sull’ambientazione, né sugli High Fae, né sui loro poteri (su cui la Maas cambia
idea ogni due pagine: prima dice che Amaranta ha tolto i poteri a tutti, poi ce
li hanno lo stesso, poi alcuni sì e altri no, e di quali poteri si tratti non
si sa – così possono svilupparne di nuovi in caso dovessero servire nei
prossimi volumi).
Le
uniche cose che salvo sono la redenzione last minute di Nesta (perché davvero,
la sorellastra cattiva senza motivo con la Cenerentola di turno non si può più
sentire), e la libertà con cui l’autrice parla di sesso e del desiderio
femminile senza mai gettare vergogna sulla protagonista (anche se lo fa con i
sopra-citati tropes soap-operistici su cui possiamo stendere un velo pietoso).
Per il resto boh.
★★☆☆☆




