Stoner di John Williams
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Titolo:
Stoner
Genere:
narrativa generale
Editore:
Fazi
Anno:
1965
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Si
dice spesso che Stoner sia la storia di un uomo ‘mediocre’, ma per me
non è l’aggettivo più adatto per definirlo; nell’accezione moderna del termine,
‘mediocre’ ha una connotazione negativa che non ha nulla a che vedere con William
Stoner.
Stoner
non è mediocre; è l’uomo medio. È un Everyman. Un uomo dotato di una
grande intelligenza che si scontra con un altrettanto grande difetto di
ignavia; un essere introverso che conduce la sua vita lungo una linea dritta. Una
volta scoperta la passione per la letteratura, Stoner decide di accantonare la
fattoria dei genitori e diventare insegnante; si innamora di una ragazza di
buona famiglia; contrae un matrimonio affrettato. Ha una figlia, pochissimi
amici. Basa le sue giornate sullo studio e sul lavoro. Nonostante si senta uno
spettatore della propria esistenza, si rifiuta quasi sempre di correre dei
rischi: preferisce essere infelice piuttosto che sconvolgere lo status quo.
Eppure
io sfido chiunque a non riconoscersi un pochino in Stoner. Siamo tutti un po’
Stoner.
Ecco,
Stoner ti lascia con una sensazione ineluttabile di “Io sono Stoner”. Ti
lascia con un sacco di domande. Ti lascia con la tristezza addosso di una vita
che sarebbe potuta andare diversamente, e al tempo stesso con la gioia delicata
di un amore vissuto con forza, di un sogno realizzato, della coscienza di se
stessi e di ciò che si è stati – non mediocri; solo noi stessi.
Questa
sorta di contraddittorietà non avvolge solo la storia, ma anche tutti i
personaggi. Viste dalla prospettiva di Stoner - un uomo molto introverso, che
raramente interroga gli altri sui loro pensieri o sulla loro vita –, le persone
che lo circondano restano sempre nebulose per il lettore, mai veramente
approfondite; eppure emanano un carisma senza eguali.
Edith,
la moglie di Stoner, per me è il personaggio più affascinante. Come scrive
Peter Cameron, c’è un qualcosa di tragico che la riguarda che viene solo
accennato, e che poi si ripete in modo ancora più evidente in sua figlia Grace:
entrambe accettano di buon grado un destino che non desiderano davvero solo per
fuggire dalla prigione in cui si sentono rinchiuse; ma poi nella nuova libertà
restano comunque insoddisfatte, vittime delle loro stesse scelte.
Estremamente
complesse (e realistiche) sono anche le dinamiche tra i personaggi, pur
restando anch’esse immerse in un che di misterioso. Perché Edith odia Stoner?
Perché Lomax si prende così a cuore il destino di Walker? Ci sono degli accenni
nel testo, degli spunti, ma l’autore non ci spiega mai le vere motivazioni di
ciò che accade; tutto è affidato alla nostra interpretazione, non sappiamo mai nulla
con certezza. Come accade nella vita.
Nel
complesso, credo che uno dei punti di forza di Stoner sia proprio il non
detto. È il ritratto fedele di una vita come tante, che non pretende di insegnare
nulla né di trasmettere messaggi; si limita a mostrare e a porre domande,
lasciandocele lì, sfidandoci a rispondere. A un realismo estremo e a una prosa immediata,
senza fronzoli, si accompagna qualche breve passaggio di lirismo (il passaggio sull’anima
che esce dal corpo per un attimo, e poi i capitoli finali) che serve a mostrare
come la bellezza si trovi anche nelle vicende più ordinarie, nelle vite più
comuni: “la bellezza è verità, la verità è bellezza. Questo è tutto ciò che
sapete in terra, e tutto ciò che vi occorre sapere”.
★★★★★



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