Stoner di John Williams

by - ottobre 17, 2019

William Stoner ha una vita che sembra essere assai piatta e desolata. Non si allontana mai per più di centocinquanta chilometri da Booneville, il piccolo paese rurale in cui è nato, mantiene lo stesso lavoro per tutta la vita, per quasi quarantanni è infelicemente sposato alla stessa donna, ha sporadici contatti con l'amata figlia e per i suoi genitori è un estraneo, per sua ammissione ha soltanto due amici, uno dei quali morto in gioventù. Non sembra materia troppo promettente per un romanzo e tuttavia, in qualche modo, quasi miracoloso, John Williams fa della vita di William Stoner una storia appassionante, profonda e straziante. Come riesce l'autore in questo miracolo letterario? A oggi ho letto Stoner tre volte e non sono del tutto certo di averne colto il segreto, ma alcuni aspetti del libro mi sono apparsi chiari. E la verità è che si possono scrivere dei pessimi romanzi su delle vite emozionanti e che la vita più silenziosa, se esaminata con affetto, compassione e grande cura, può fruttare una straordinaria messe letteraria. È il caso che abbiamo davanti. (Dalla postfazione di Peter Cameron)

Titolo: Stoner
Genere: narrativa generale
Editore: Fazi
Anno: 1965


Si dice spesso che Stoner sia la storia di un uomo ‘mediocre’, ma per me non è l’aggettivo più adatto per definirlo; nell’accezione moderna del termine, ‘mediocre’ ha una connotazione negativa che non ha nulla a che vedere con William Stoner.

Stoner non è mediocre; è l’uomo medio. È un Everyman. Un uomo dotato di una grande intelligenza che si scontra con un altrettanto grande difetto di ignavia; un essere introverso che conduce la sua vita lungo una linea dritta. Una volta scoperta la passione per la letteratura, Stoner decide di accantonare la fattoria dei genitori e diventare insegnante; si innamora di una ragazza di buona famiglia; contrae un matrimonio affrettato. Ha una figlia, pochissimi amici. Basa le sue giornate sullo studio e sul lavoro. Nonostante si senta uno spettatore della propria esistenza, si rifiuta quasi sempre di correre dei rischi: preferisce essere infelice piuttosto che sconvolgere lo status quo.

Eppure io sfido chiunque a non riconoscersi un pochino in Stoner. Siamo tutti un po’ Stoner.

Ecco, Stoner ti lascia con una sensazione ineluttabile di “Io sono Stoner”. Ti lascia con un sacco di domande. Ti lascia con la tristezza addosso di una vita che sarebbe potuta andare diversamente, e al tempo stesso con la gioia delicata di un amore vissuto con forza, di un sogno realizzato, della coscienza di se stessi e di ciò che si è stati – non mediocri; solo noi stessi.

Questa sorta di contraddittorietà non avvolge solo la storia, ma anche tutti i personaggi. Viste dalla prospettiva di Stoner - un uomo molto introverso, che raramente interroga gli altri sui loro pensieri o sulla loro vita –, le persone che lo circondano restano sempre nebulose per il lettore, mai veramente approfondite; eppure emanano un carisma senza eguali.

Edith, la moglie di Stoner, per me è il personaggio più affascinante. Come scrive Peter Cameron, c’è un qualcosa di tragico che la riguarda che viene solo accennato, e che poi si ripete in modo ancora più evidente in sua figlia Grace: entrambe accettano di buon grado un destino che non desiderano davvero solo per fuggire dalla prigione in cui si sentono rinchiuse; ma poi nella nuova libertà restano comunque insoddisfatte, vittime delle loro stesse scelte.

Estremamente complesse (e realistiche) sono anche le dinamiche tra i personaggi, pur restando anch’esse immerse in un che di misterioso. Perché Edith odia Stoner? Perché Lomax si prende così a cuore il destino di Walker? Ci sono degli accenni nel testo, degli spunti, ma l’autore non ci spiega mai le vere motivazioni di ciò che accade; tutto è affidato alla nostra interpretazione, non sappiamo mai nulla con certezza. Come accade nella vita.

Nel complesso, credo che uno dei punti di forza di Stoner sia proprio il non detto. È il ritratto fedele di una vita come tante, che non pretende di insegnare nulla né di trasmettere messaggi; si limita a mostrare e a porre domande, lasciandocele lì, sfidandoci a rispondere. A un realismo estremo e a una prosa immediata, senza fronzoli, si accompagna qualche breve passaggio di lirismo (il passaggio sull’anima che esce dal corpo per un attimo, e poi i capitoli finali) che serve a mostrare come la bellezza si trovi anche nelle vicende più ordinarie, nelle vite più comuni: “la bellezza è verità, la verità è bellezza. Questo è tutto ciò che sapete in terra, e tutto ciò che vi occorre sapere”.

★★★★  

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