La memoria di Babel di Christelle Dabos

by - ottobre 27, 2019

Dopo due anni e sette mesi passati a mordere il freno su Anima, la sua arca, per Ofelia è finalmente arrivato il momento di agire, sfruttare quanto ha scoperto nel Libro di Faruk e saputo dai frammenti di informazioni divulgate da Dio. Con una falsa identità si reca su Babel, arca cosmopolita e gioiello di modernità. Basterà il suo talento di lettrice a sventare le trappole di avversari sempre più temibili? Ha ancora una minima possibilità di ritrovare le tracce di Thorn?


Titolo: La memoria di Babel
Titolo originale: La mémoire de Babel
Genere: fantasy
Editore: E/O
Anno: 2019


Live reaction alla fine di Babel:




Non so se la mia sia un’unpopular opinion, ma tant’è: per me La memoria di Babel è il più debole dei tre libri che abbiamo letto finora. Classico riempitivo che serve solo a rallentare l’intreccio in attesa del gran finale. Ti perdono, Christelle, però m’aspettavo di meglio da te.

Attenzione: con questo non voglio dire che il terzo volume sia un libro da buttare via.

Come al solito la Dabos è una maestra nel costruire ambientazioni che sono del tutto bislacche ma anche ricche di suggestioni e trovate interessanti; l’arca di Babel non fa eccezione, anzi è delineata in maniera vividissima e ha tutto un sottotesto e dei riferimenti che la pongono anche un gradino più in alto rispetto ad Anima e a Polo. 

Innanzitutto Babel è una società fatta di leggi rigidissime che le impongono di essere “il migliore dei mondi possibili” (citazione di Leibniz, strike one); ma sotto sotto in realtà si rivela peggiore degli altri, in una sorta di parodia à la Candido di Voltaire che svela progressivamente tutta l’ipocrisia che cova sotto le apparenze. Ricordiamo anche che la torre di Babele è quella che cade perché gli uomini, che volevano arrivare fino al cielo, vengono puniti da Dio per la loro arroganza; e a Babel si va cercando il libro che “permetterebbe a chi lo conosce di diventare pari di Dio”. CIOE’ – tutte le allegorie e i riferimenti biblici dell’Attraversaspecchi mi fanno venire un orgasmo culturale.




Senza fare spoiler, ho trovato molto interessante anche la figura di E.D., insieme a tutto il bagaglio che si porta dietro. Peccato però che questo sia l’unico elemento utile nella progressione della trama della saga; nonostante ci siano molte allusioni a Dio, agli Spiriti di Famiglia e in generale all’origine della Lacerazione e delle Arche, purtroppo la sensazione costante è che questi argomenti - assolutamente centrali nell’Attraversaspecchi – siano stati messi in pausa, e che le poche informazioni che ci vengono date servano più da fake-out per tirare una serie di tiri mancini al lettore (sento quasi la risata malefica della Dabos: “ah ah, pensavate che volessi rivelarvi delle cose serie INVECE NO DOVETE ASPETTARE L’ULTIMO LIBRO”).




Per il resto tutto molto inutile nel quadro generale della serie, e soprattutto ripetitivo. Ofelia isolata e bullizzata da tutti che deve scoprire un mondo nuovo mentre finge di essere qualcun altro è la copia sputata di Fidanzati dell’inverno; il mistero delle persone che una dopo l’altro hanno degli ‘incidenti’ è un retelling degli Scomparsi di Chiardiluna. Se il punto forte della Dabos è sempre stato l’originalità, qui – ad esclusione dell’ambientazione babelica super on point - tutta la trama è composta da deja-vu.


Il risultato è che la prima metà del libro risulta poco ispirata e noiosetta, e nella seconda inizia una serie rocambolesca di eventi a catena che onestamente dopo un po’ mi hanno fatto perdere il filo. Anche qui, siamo abituati alle robe assurde ma fighe nei libri della Dabos, però in questo caso si è lasciata prendere un po’ la mano, dimenticando a tratti persino la logica: a un certo punto Ofelia entra in un inceneritore perché pensa che un libro possa essere stato conservato lì (WTF); ma poi qualcuno mi può rispiegare la figura dello spazzino e perché ce ne dovrebbe fregare qualcosa?




Purtroppo ho trovato anche i personaggi un pochino spenti (e soprattutto fisicamente ASSENTI per la maggior parte del libro). Ofelia (complici tutti i deja-vu) sembra regredita al primo volume; Thorn è sempre il solito, ma ancora non si è chiarito nulla sulle sue vere motivazioni; tutti gli altri purtroppo si sono visti solo a sprazzi nei capitoli della piccola Vittoria (che per me sono stati un highlight). I personaggi secondari nebulosi come sempre, solo che mentre nei primi due libri la caratterizzazione un po’ sfumata aveva uno scopo nella narrazione, qui invece non ha funzionato altrettanto bene.

Insomma, comme ci comme ça. Non apprezzo molto questi volumi ‘filler’ perché non credo che ce ne sia davvero bisogno; in ogni caso continuo ad avere molta fiducia nella Dabos, e ad apprezzare la sua immaginazione e gli indizi che semina. Mi auguro che il gran finale ci dia tutte le risposte che aspettiamo. 


★★★

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