A court of thorns and roses di Sarah J. Maas

by - settembre 06, 2019

"Un paio di occhi dorati brillavano nella boscaglia accanto a me. La foresta era silenziosa. Il vento non soffiava più. Persino la neve aveva smesso di scendere. Quel lupo era enorme. Il petto mi si strinse fino a farmi male. E in quell'istante mi resi conto che la mia vita dipendeva da una sola domanda: era solo? Afferrai l'arco e tirai indietro la corda. Non potevo permettermi di mancarlo. Non quando avevo una sola freccia con me." Una volta tornata al suo villaggio dopo aver ucciso quel lupo spaventoso, però, la diciannovenne Feyre riceve la visita di una creatura bestiale che irrompe a casa sua per chiederle conto di ciò che ha appena fatto.



Titolo: A court of thorns and roses
Genere: Paranormal Romance
Editore: Bloomsbury
Anno: 2015



A court of thorns and roses è un classico romance/harmony che usa qualche elemento di fantasy (pochi, pochissimi) come cornice per imbellettare la narrazione. E questo non sarebbe neanche un problema (molti Young Adult lo fanno, e lo fanno anche bene), se non fosse che manca anche tutto il resto: non c’è trama, non c’è word-building, non c’è un cast interessante, non c’è originalità. Non me ne vogliano i fan della saga, ma non ho proprio capito che cosa ci sia (di bello o di brutto) in questo libro.




Partiamo dal primo punto: la trama è inesistente. È un libro in cui non succede nulla, se non lo sviluppo di un romance che 1. è un retelling dichiarato de La bella e la bestia che non si sforza minimamente di aggiungere qualcosa di nuovo; 2. è composto da due personaggi talmente monodimensionali che anche la loro storia d’amore diventa una linea piatta.

Solo nelle ultime cento pagine o giù di lì l’autrice ricorda all’improvviso che forse c’è bisogno di un minimo di plot, ed ecco che butta lì un’antagonista scontata che più scontata non si può, e tre prove che non solo sono scopiazzate da altre fonti (vi dico solo che la prima prova è un misto tra il Basilisco e l’Ungaro Spinato), ma sono anche del tutto random e prive di senso. E a proposito di scopiazzature, l’intero libro è un’accozzaglia di tropes erotici che sono estratti senza ritegno dalle fanfiction NC-17; e non parlo di quelle belle – perché ce ne sono – ma di quelle che si prendono in giro da sole chiamandosi porn without plot o plot what plot, che sono oggettivamente brutte. Ma dico io, già la storia è un retelling, quindi non ha richiesto nessuna originalità di partenza – un piccolo sforzo almeno, lo vogliamo fare? (Spoiler: no).




I personaggi potrebbero essere anche essere sostituiti da sagome, potrebbero chiamarsi Feyre come Luciana, Tamlin come Pinco Pallino, Rhysand come Rodolfo, e non farebbe nessuna differenza; a parte i loro passati tragici, non hanno nessuna caratteristica che li contraddistingua. Feyre, poi, è la classica protagonista a cui viene tolta l’intelligenza per mandare avanti la storia: possibile che si beva tutto quello che le viene detto senza farsi nessuna domanda? (Spoiler: sì). L’unica cosa che ho apprezzato – e l’unico cambiamento rispetto alla fiaba originale – è il fatto che Feyre non sappia leggere, ma anche lì sembra una cosa fatta più per alimentare il suo vittimismo che per altro (e poi perché le sue sorelle sanno leggere e lei no? Ah, giusto, lei è la piccola fiammiferaia che era troppo impegnata a cacciare per la famiglia povera. […] *balle di fieno che rotolano*).

Anche il world-building, per quanto parta da alcuni spunti ricchi di potenziale, resta vaghissimo; eccezion fatta per qualche spiegone sulla divisione delle Corti e sulla storia (banalissima) di Amaranta, non si capisce nulla né sull’ambientazione, né sugli High Fae, né sui loro poteri (su cui la Maas cambia idea ogni due pagine: prima dice che Amaranta ha tolto i poteri a tutti, poi ce li hanno lo stesso, poi alcuni sì e altri no, e di quali poteri si tratti non si sa – così possono svilupparne di nuovi in caso dovessero servire nei prossimi volumi).




Le uniche cose che salvo sono la redenzione last minute di Nesta (perché davvero, la sorellastra cattiva senza motivo con la Cenerentola di turno non si può più sentire), e la libertà con cui l’autrice parla di sesso e del desiderio femminile senza mai gettare vergogna sulla protagonista (anche se lo fa con i sopra-citati tropes soap-operistici su cui possiamo stendere un velo pietoso). Per il resto boh.

★★

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