Libri di cui non si parla abbastanza: Mansfield Park di Jane Austen

by - febbraio 04, 2019


Visto che sono un avvocato dei libri ingiustamente sottovalutati e "bistrattati", ho deciso di dedicare qualche post a quei titoli che ho amato tanto e di cui non sento - quasi - mai parlare. 

Per i classici, il primo libro che mi è venuto in mente è Mansfield Park. Quando si parla di Jane Austen, di solito saltano fuori i nomi di Orgoglio e Pregiudizio, Emma, Ragione e Sentimento... 
Io invece vado controcorrente, e dico che uno dei libri della Austen che ho apprezzato di più è proprio Mansfield Park. Perché l'ho divorato in mezza giornata, perché è quello che mi ha fatto riflettere di più, e perché è un piccolo gioiellino incompreso.

Mi spiego meglio.


Mansfield Park è un romanzo profondamente ambiguo. Non per niente, è stato indicato dalla critica come «Jane Austen’s problem novel»: il punto interrogativo - per l’intera durata della lettura - sosta sulla figura della protagonista, Fanny Price, che dovrebbe essere l’eroina della storia, ma in realtà risulta un personaggio incolore, che non riesce a catturare, se non in pochi momenti, la simpatia di chi legge. 

Pur essendo un personaggio sufficientemente complesso e ricco di sfaccettature, Fanny non ha certo le caratteristiche che cercheremmo in un’eroina: è fin troppo passiva, accomodante, soggetta alle persone e alle situazioni; non dice mai ciò che pensa davvero, è rigida e moralista e, nonostante tutti coloro che la circondano – e lei stessa – siano convinti del contrario, forse un po’ ipocrita. Aiuta tutti, fa molto per gli altri, ma sempre e solo per uno scopo: essere amata

Fanny soffre per la mancanza di affetto a cui è stata condannata fin da quando ha dovuto lasciare la sua famiglia a Portsmouth, e vuole solo e soltanto essere amata. Per questo, sente la necessità di apparire perfetta. Apparire buona, dolce, altruista, gentile, riconoscente. A tutti i costi. Quasi tutte le sue azioni sono volte a creare quest’immagine di sé, l’immagine della perfetta donna vittoriana, l’angelo del focolare domestico. A questo scopo contribuisce poi la sua natura, timida e schiva, non portata a desiderare di essere al centro dell’attenzione e che anzi la spinge a voler restare dietro le quinte (nel caso della rappresentazione teatrale), o nella stanza del levante, lontana dai problemi e dalle persone; ma un contributo fondamentale è dato anche dall’influenza sulla formazione della sua personalità del cugino Edmund, suo unico mentore, amico e amore: Edmund, moderno Pigmalione, inconsapevolmente – o forse non troppo -, con le sue premure, il suo affetto e soprattutto i suoi insegnamenti, plasma il carattere della ragazza fin da quando lei, ancora bambina, mette piede a Mansfield Park. Fanny diventa un riflesso di Edmund: condivide tutti i suoi gusti e le sue opinioni, non lo contraddice mai, sembra quasi che ragioni col suo stesso cervello. 

Le uniche persone su cui i due non si trovano d’accordo sono i fratelli Crawford, Henry e Mary. Mentre Fanny si rende conto fin da subito della natura incostante di Henry, riuscendo a guardare oltre la sua eloquenza e i suoi modi affascinanti, Edmund si lascia incantare dalla bellezza e dalla spontaneità di Mary. Condizionata dall’amore per il cugino e dalla conseguente gelosia – sebbene non riesca ad ammettere le sue motivazioni personali neanche nell’intimità dei suoi pensieri -, Fanny è convinta che Miss Crawford abbia una natura fondamentalmente cattiva, e che tutte le sue convinzioni siano sbagliate ed immorali. Anche Edmund si trova spesso in contrasto con Mary ma, accecato dalla sua ammirazione per lei, ritiene che il suo modo di pensare così libero e poco ortodosso sia solo frutto dei pregiudizi e di una cattiva educazione. 

Mary Crawford, in realtà, si presenta come il personaggio forse più riuscito del romanzo, ed è molto interessante prendere in considerazione la radicale contrapposizione tra il suo carattere e quello di Fanny: Mary è una donna moderna, che incarna la vita mondana londinese e la nuova borghesia; non ha paura di esprimere le sue idee, anche se spesso non si accordano all’uso comune, è istintiva e vivace, spesso egoista e superficiale; nonostante ricambi il sentimento di Edmund, mostra riluttanza al pensiero di sposare un uomo come lui, un “povero” ecclesiastico; e quando scopre della fuga di suo fratello con Maria Bentram, sposata con un altro da sei mesi, non si mostra tanto delusa dall’atto in sé quanto dal fatto che si siano lasciati scoprire. Al contrario, Fanny è una conservatrice, spaventata da tutte le novità, di qualunque genere esse siano: è il simbolo dell’antica nobiltà, della tranquilla vita di campagna, e dei suoi semplici e rigidi valori. 
L’unica cosa che unisce le due donne è il loro amore per Edmund: amore che, per quanto riguarda Miss Crawford, sembra tanto sincero da poterla spingere perfino a superare le loro divergenze di pensiero e le sue alte condizioni ed aspettative per raggiungere una qualche sorta di compromesso; l’amore di Fanny, invece, ha la forma di una devozione e sottomissione incondizionata: per lei, Edmund è sempre nel giusto, sempre al di sopra di chiunque altro, ogni sua parola è verità e ogni suo pensiero è anche quello di lei.

Tra le due, alla fine, è Fanny a “vincere”: Fanny ottiene il tanto sospirato amore del cugino e lo sposa, riuscendo perfino a diventare la legittima erede di Mansfield Park nonostante le sue umili origini. Mary, alla fine rifiutata da Edmund - che conclude di aver amato per tanto tempo una persona che aveva solo idealizzato (e Fanny allora?), - rimane sola, malinconica per l’amore perduto. 

Così a trionfare sono i valori della convenzione moralista di Mansfield Park, simboleggiati dalla protagonista: ma è davvero un trionfo? In realtà non sembra. 

Edmund “ripiega” su Fanny solo quando è costretto ad accantonare definitivamente l’amore per Mary, e sembra spinto più dalla rosea prospettiva di un matrimonio conveniente e di una moglie buona ed accondiscendente piuttosto che da una sincera passione; e Fanny, per ottenere ciò che vuole, deve comunque pagare un pesante prezzo (il suo cognome è per l'appunto Price): la rinuncia alla spontaneità, all’indipendenza, ad una personalità che sia degna di tal nome

Indicativo è anche il fatto che nell’unico momento della storia in cui Fanny, dimentica delle apparenze e preoccupata della sua felicità, si ribella alle convenzioni e stupisce perfino il lettore, ossia quando si oppone fermamente ad accettare la vantaggiosa proposta matrimoniale di Henry Crawford, tutti gli altri personaggi fanno fronte comune contro di lei, additandola come “ingrata” e cercando di forzarla a sviluppare sentimenti che non prova. 

Dunque, il messaggio profondo dell’opera è una critica alla società vittoriana e al modo in cui tratta ed educa le sue donne: solo una come Fanny, plagiata dagli uomini e dal mondo esterno, è autorizzata ad avere un lieto fine.
D’altra parte, Mary e Maria, le uniche donne della storia che si siano contraddistinte per spirito di libertà e che abbiano tentato di ribellarsi ai vincoli della loro società, vengono irrimediabilmente “sconfitte”: etichettate come “immorali” e “folli”, esse sono rifiutate dagli uomini che amano e finiscono vittime di amari destini. E’ attraverso di loro che trapela l’amarezza dell’autrice per la condizione femminile, ed è con loro che il lettore simpatizza. 
Non che Fanny sia davvero odiosa o altro: è semplicemente il modello che rappresenta che risulta odioso, ed è per questo che il finale, che dovrebbe rappresentare il tipico fiabesco “lieto fine”, ci lascia in realtà insoddisfatti, a riflettere e ponderare sul suo significato.

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