La Regina del Nord di Rebecca Ross
Chiedo scusa per la banalità, ma La Regina del Nord mi ha fatto pensare a quello studente di cui gli insegnanti dicono: “è bravo ma non si impegna”.
Le potenzialità per una buona storia ci sono tutte – un tiranno da deporre, una Regina da rimettere sul trono, il tema della famiglia, il conflitto della doppia identità (anzi, tripla?) della protagonista – ma nemmeno una di queste basi viene sviluppata come si deve.
Qualche elemento qua e là mi è piaciuto: ad esempio la storia del passato del regno di Maevania, o il “romance” abbastanza marginale (per gli standard dello YA). Lodevole anche l’intenzione dell’autrice di rovesciare il patriarchismo e creare un mondo fantasy governato da sole donne; il problema, purtroppo, è che la sua costruzione lascia a desiderare già dalle fondamenta.
Tanto per cominciare: perché deve esserci per forza una donna sul trono?
La storia cambia versione ogni due capitoli a seconda di quello che più conviene per mandare avanti la trama: prima ci viene spiegato che il motivo è che il casato delle Regine è l’unico a possedere la magia; poi viene smentito perché la magia non può essere controllata in battaglia; e si continua così fino alla fine senza venirne a capo. Il risultato inevitabile è che tutto il world-building viene a mancare di coerenza, o quanto meno di “solidità”.
E al di là dell’universo fantastico, la storia è costellata di espedienti creati ad hoc per far procedere la narrazione – e che non necessariamente hanno un senso. È un classico caso di scrittura guidata dal plot invece che dai personaggi: sono i personaggi che “si adattano” alla trama e non il contrario; le loro azioni non sono determinate dalla loro personalità o dai loro motivi soggettivi, ma dalle esigenze dell’intreccio narrativo. (Magari farò un post a parte sulla differenza tra plot-driven narrative e character-driven narrative, e sul perché il primo tipo di scrittura è IL MALE).
Comunque, ho almeno tre argomenti a sostegno della mia tesi:
a) Brianna, la protagonista, non ha motivazioni. Dal momento in cui scopre di aver ereditato i ricordi ancestrali dei suoi antenati – che serviranno a ritrovare la Pietra di Eventide e rimettere le Regine sul trono di Maevania – decide di fare il tutto e per tutto per portare a termine questa missione. Bello.
Ma perché? Perché vuole a tutti i costi rimettere una Regina sul trono? Non ha alcun motivo personale a spingerla – non conosce nemmeno la ragazza che dovrà diventare Regina. Il regno è governato da un tiranno, va bene, ma lei non ci ha mai avuto a che fare, sa a malapena chi sia, e solo verso la metà del libro inizia a toccare con mano la sua malvagità.
Quindi non possiamo che seguirla nella sua grande avventura in maniera riluttante, scettica, perché semplicemente non è credibile. Brianna deve seguire il suo nuovo patrono per portare avanti la trama, deve infiltrarsi in territorio nemico per esigenze di plot, ma non ha una spinta reale per farlo. Ed è mai possibile che non provi nemmeno un minimo di conflitto interiore, del tipo – voglio davvero rischiare la mia vita per questo? Ma chi me lo fa fare?
No. In pratica si comporta come un robot: la trama le dice quello che deve fare, e lei lo fa.
b) Le relazioni sono estremamente affrettate. Il tema della famiglia “acquisita” contro quella naturale è bellissimo, ed occupa un ruolo centrale nella narrativa; ma la storia salta da un punto A ad un punto B senza dare peso a tutto il percorso che sta in mezzo. L’affetto che cresce tra Jourdain, Brianna e Luc ha lo stesso sapore dell’insta-love: è campato in aria. Questi tre perfetti estranei si incontrano e di colpo si vogliono bene. Punto. E da quel momento in poi, tutte le azioni e le scelte di Brianna sono fatte in nome di questo nuovo legame familiare, che però non ha basi né una reale consistenza. Anche qui, è un peccato che queste relazioni non siano state costruite con un minimo in più d’attenzione, perché la tematica in teoria era ottima; ma i legami di Brianna risultano troppo deboli, troppo poco convincenti per dare il pathos che dovrebbero al suo dilemma finale.
E infine, c) I deus ex machina. Mio. Dio. Non so quante volte ho alzato gli occhi al cielo durante la lettura. La cavalleria che arriva sempre proprio al momento giusto - Cartier, Merei, Sean, tutti che compaiono dal nulla proprio quando Brianna ha bisogno di loro; i passaggi segreti che spuntano nei muri come funghi ai piedi degli alberi; le leggi che all’improvviso si rivelano diverse dal previsto giusto per cambiare le carte in tavola.
Insomma, purtroppo la narrativa “guidata dalla trama” è un difetto fatale, che in qualche modo guasta la storia e non permette di goderla a pieno. Per quanto una trama possa essere interessante, la narrativa e i personaggi non possono adeguarsi a quello che deve succedere; una scrittura del genere rende tutto piatto, troppo facile; persino i plot twist diventano prevedibili (il ruolo di Allenach era chiaro come il sole – solo Brianna, guarda caso, non l’aveva capito).
Penso che leggerò il secondo volume nella speranza di vedere dei miglioramenti, ma posso vivere anche senza.
★★★☆☆



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