La Regina del Nord di Rebecca Ross

by - febbraio 08, 2019

Regno di Valenia, 1566. 
Sono passati sette anni dall'arrivo di Brianna nella prestigiosa Magnalia, la scuola per giovani prescelte che ambiscono a perfezionare la propria vocazione ed essere adottate da un patrono. Brianna però è l'unica allieva a non aver mai mostrato doti particolari e, se non fosse stato per l'enigmatico maestro Cartier, non avrebbe trovato la sua vocazione tra Arte, Musica, Teatro, Eloquenza e Sapienza. Ma alla cerimonia finale, il peggior timore della ragazza diventa realtà, e Brianna rimane l'unica senza un patrono. Ancora non sa che dietro allo spiacevole imprevisto si cela la sua più grande fortuna. 


Chiedo scusa per la banalità, ma La Regina del Nord mi ha fatto pensare a quello studente di cui gli insegnanti dicono: “è bravo ma non si impegna”. 

Le potenzialità per una buona storia ci sono tutte – un tiranno da deporre, una Regina da rimettere sul trono, il tema della famiglia, il conflitto della doppia identità (anzi, tripla?) della protagonista – ma nemmeno una di queste basi viene sviluppata come si deve. 
Qualche elemento qua e là mi è piaciuto: ad esempio la storia del passato del regno di Maevania, o il “romance” abbastanza marginale (per gli standard dello YA). Lodevole anche l’intenzione dell’autrice di rovesciare il patriarchismo e creare un mondo fantasy governato da sole donne; il problema, purtroppo, è che la sua costruzione lascia a desiderare già dalle fondamenta. 

Tanto per cominciare: perché deve esserci per forza una donna sul trono? 

La storia cambia versione ogni due capitoli a seconda di quello che più conviene per mandare avanti la trama: prima ci viene spiegato che il motivo è che il casato delle Regine è l’unico a possedere la magia; poi viene smentito perché la magia non può essere controllata in battaglia; e si continua così fino alla fine senza venirne a capo. Il risultato inevitabile è che tutto il world-building viene a mancare di coerenza, o quanto meno di “solidità”. 

E al di là dell’universo fantastico, la storia è costellata di espedienti creati ad hoc per far procedere la narrazione – e che non necessariamente hanno un senso. È un classico caso di scrittura guidata dal plot invece che dai personaggi: sono i personaggi che “si adattano” alla trama e non il contrario; le loro azioni non sono determinate dalla loro personalità o dai loro motivi soggettivi, ma dalle esigenze dell’intreccio narrativo. (Magari farò un post a parte sulla differenza tra plot-driven narrative e character-driven narrative, e sul perché il primo tipo di scrittura è IL MALE). 

Comunque, ho almeno tre argomenti a sostegno della mia tesi:

a) Brianna, la protagonista, non ha motivazioni. Dal momento in cui scopre di aver ereditato i ricordi ancestrali dei suoi antenati – che serviranno a ritrovare la Pietra di Eventide e rimettere le Regine sul trono di Maevania – decide di fare il tutto e per tutto per portare a termine questa missione. Bello. 
Ma perché? Perché vuole a tutti i costi rimettere una Regina sul trono? Non ha alcun motivo personale a spingerla – non conosce nemmeno la ragazza che dovrà diventare Regina. Il regno è governato da un tiranno, va bene, ma lei non ci ha mai avuto a che fare, sa a malapena chi sia, e solo verso la metà del libro inizia a toccare con mano la sua malvagità. 
Quindi non possiamo che seguirla nella sua grande avventura in maniera riluttante, scettica, perché semplicemente non è credibile. Brianna deve seguire il suo nuovo patrono per portare avanti la trama, deve infiltrarsi in territorio nemico per esigenze di plot, ma non ha una spinta reale per farlo. Ed è mai possibile che non provi nemmeno un minimo di conflitto interiore, del tipo – voglio davvero rischiare la mia vita per questo? Ma chi me lo fa fare?
No. In pratica si comporta come un robot: la trama le dice quello che deve fare, e lei lo fa.  

b) Le relazioni sono estremamente affrettate. Il tema della famiglia “acquisita” contro quella naturale è bellissimo, ed occupa un ruolo centrale nella narrativa; ma la storia salta da un punto A ad un punto B senza dare peso a tutto il percorso che sta in mezzo. L’affetto che cresce tra Jourdain, Brianna e Luc ha lo stesso sapore dell’insta-love: è campato in aria. Questi tre perfetti estranei si incontrano e di colpo si vogliono bene. Punto. E da quel momento in poi, tutte le azioni e le scelte di Brianna sono fatte in nome di questo nuovo legame familiare, che però non ha basi né una reale consistenza. Anche qui, è un peccato che queste relazioni non siano state costruite con un minimo in più d’attenzione, perché la tematica in teoria era ottima; ma i legami di Brianna risultano troppo deboli, troppo poco convincenti per dare il pathos che dovrebbero al suo dilemma finale. 

E infine, c) I deus ex machina. Mio. Dio. Non so quante volte ho alzato gli occhi al cielo durante la lettura. La cavalleria che arriva sempre proprio al momento giusto - Cartier, Merei, Sean, tutti che compaiono dal nulla proprio quando Brianna ha bisogno di loro; i passaggi segreti che spuntano nei muri come funghi ai piedi degli alberi; le leggi che all’improvviso si rivelano diverse dal previsto giusto per cambiare le carte in tavola.

Insomma, purtroppo la narrativa “guidata dalla trama” è un difetto fatale, che in qualche modo guasta la storia e non permette di goderla a pieno. Per quanto una trama possa essere interessante, la narrativa e i personaggi non possono adeguarsi a quello che deve succedere; una scrittura del genere rende tutto piatto, troppo facile; persino i plot twist diventano prevedibili (il ruolo di Allenach era chiaro come il sole – solo Brianna, guarda caso, non l’aveva capito). 

Penso che leggerò il secondo volume nella speranza di vedere dei miglioramenti, ma posso vivere anche senza.

★★★☆☆


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