Pastorale Americana di Philip Roth

by - febbraio 17, 2019

Che fatica, ragazzi. Uno dei libri più lenti che io abbia letto da un po’ di tempo a questa parte. Nella seconda parte si riprende un pochino, ma comunque… che fatica. 

Scusate la “provocazione”, ma non posso fare a meno di chiedermi: se Pastorale Americana non avesse vinto il Pulitzer – e non affrontasse i temi delicati che affronta – staremmo tutti qui ad urlare al capolavoro?


Non fraintendetemi: i temi e i riferimenti storici sono molto interessanti. Questo libro è la decostruzione del sogno americano, smontato pezzo per pezzo per mostrare come un singolo evento basti a far crollare tutte le certezze, a rivelare che la vita da Mulino Bianco della famiglia Levov non era altro che una facciata, una finzione… E in più siamo nel pieno del ’68, della guerra del Vietnam, che è già un momento storico pregno di significato, e la narrazione è costellata di riferimenti al razzismo, alla Seconda Guerra Mondiale e chi più ne ha più ne metta.


Il mio problema è lo stile dell’autore

Sono pure disposta a lasciare da parte la sperimentazione linguistica (i passaggi improvvisi dalla III alla I persona, da un narratore ad un altro, dalle successioni di frasi telegrafiche a interi periodi aperti che non conoscono punti); sono cose che possono piacere o non piacere. 

Ma non si può negare che Roth spenda pagine e pagine a fare giri di parole infiniti per ripetere sempre gli stessi concetti, o che si dilunghi senza motivo su cose che non interessano a nessuno e che non sono utili ai fini della trama. Esempi: la produzione dei guanti, cioè - scusate il francesismo, MA CHISSENEFREGA?; tutte le vicende dei compagni di classe (che non rivedremo mai più nel libro) raccontate per filo e per segno – solo per arrivare al punto dopo trenta pagine: “Jerry era alla riunione”. NON POTEVI DIRMELO SUBITO?; le conversazioni tra padre e figlia su New York potevano essere tre invece di un’infinità, e il lettore avrebbe capito lo stesso il senso. Eccetera, eccetera. 

Insomma, secondo me una buona metà del libro poteva essere tagliata senza problemi (anzi, forse il complesso ne avrebbe addirittura giovato). 

E in ultimo: non credo di essere completamente d’accordo con il senso della storia. Che cosa voleva dirci l’autore? Che alla fine dei conti non è stata Merry ad uccidere quattro persone, ma è stato anche Seymour? Dawn? L’intera società? 

Da una parte è vero, e lo comprendo, ma mi sembra comunque una “radicalizzazione”, o forse una semplificazione eccessiva – e infatti non condivido del tutto il commento finale del narratore.


Niente, mi dispiace, ma io e Roth non ci siamo presi. 2 stelle e mezzo.



★★

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