Pastorale Americana di Philip Roth
Che fatica, ragazzi. Uno dei libri più lenti che io abbia letto da un po’ di tempo a questa parte. Nella seconda parte si riprende un pochino, ma comunque… che fatica.
Scusate la “provocazione”, ma non posso fare a meno di chiedermi: se Pastorale Americana non avesse vinto il Pulitzer – e non affrontasse i temi delicati che affronta – staremmo tutti qui ad urlare al capolavoro?
Sono pure disposta a lasciare da parte la sperimentazione linguistica (i passaggi improvvisi dalla III alla I persona, da un narratore ad un altro, dalle successioni di frasi telegrafiche a interi periodi aperti che non conoscono punti); sono cose che possono piacere o non piacere.
Ma non si può negare che Roth spenda pagine e pagine a fare giri di parole infiniti per ripetere sempre gli stessi concetti, o che si dilunghi senza motivo su cose che non interessano a nessuno e che non sono utili ai fini della trama. Esempi: la produzione dei guanti, cioè - scusate il francesismo, MA CHISSENEFREGA?; tutte le vicende dei compagni di classe (che non rivedremo mai più nel libro) raccontate per filo e per segno – solo per arrivare al punto dopo trenta pagine: “Jerry era alla riunione”. NON POTEVI DIRMELO SUBITO?; le conversazioni tra padre e figlia su New York potevano essere tre invece di un’infinità, e il lettore avrebbe capito lo stesso il senso. Eccetera, eccetera.
Insomma, secondo me una buona metà del libro poteva essere tagliata senza problemi (anzi, forse il complesso ne avrebbe addirittura giovato).
Da una parte è vero, e lo comprendo, ma mi sembra comunque una “radicalizzazione”, o forse una semplificazione eccessiva – e infatti non condivido del tutto il commento finale del narratore.
★★☆☆☆


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