META #1: "Shadow and Bone" vs. la narrativa del self-insert nello YA

by - gennaio 27, 2019



Dopo averne tanto sentito parlare, finalmente riesco ad iniziare la trilogia Grisha di Leigh Bardugo, e ho già una lunga trafila di pensieri da condividere. Il primo è questo: vorrei ringraziare Dio, gli angeli e tutti gli universi conosciuti e sconosciuti (?) per avermi regalato uno Young Adult che si è deciso a sovvertire i cliché romance del genere, e in particolare di quella narrativa del self-insert di cui lo YA è pieno fino all'orlo.

Che cosa si intende per cliché romance del self-insert
Riflettiamoci un attimo: quanti YA avete letto in cui la protagonista, una ragazza del tutto ordinaria e magari anche un po’ al di sotto della media, incontra un tipo strafigo, coi soldi che gli escono dalle orecchie, affascinante nella sua dubbia moralità, a cui tutte le donne del mondo sbavano dietro… che, guarda caso, tra tutte, si “innamora” pazzamente della nostra eroina? Qualche esempio dal passato, giusto a titolo informativo: Twilight; Il Diario del Vampiro; Shadowhunters.

Ora, ci sono tantissimi problemi con questo trope:

(1) Tanto per cominciare, è un tipo di narrazione facile, commerciale, che gioca sui desideri delle ragazzine adolescenti per acquistare consenso; è questo che intendo per narrativa del self-insert: è semplicissimo per una lettrice identificarsi con le protagoniste di questo tipo di storie, immaginarsi al loro posto (anche perché di solito non hanno grandi caratterizzazioni, così che il self-insert risulti ancora più facile). In breve, queste eroine permettono alle ragazze di vivere attraverso di loro quei sogni “romantici” e di gloria che nella realtà sarebbero impossibili. Questo non è un problema in sé e per sé, ma – mia personalissima opinione – l’ho sempre trovata una tecnica scorretta, e soprattutto povera di contenuti.

(2) È un trope che generalmente si accompagna a messaggi sbagliatissimi, che esaltano le relazioni abusive e/o la mascolinità tossica. Il protagonista maschile (che di solito è un personaggio “grigio” o altamente problematico) ottiene un lasciapassare per qualunque cosa, e soprattutto ha libera facoltà di comportarsi male con chiunque, INCLUSA l’eroina: può stalkerarla, trattarla come una sua proprietà, insultarla, e perfino imporsi fisicamente su di lei, ma tutto gli viene sempre perdonato in nome del suo folle “amore”. Ah, e anche perché di solito ha un passato difficile che - per qualche motivo a me oscuro - basta a giustificare tutto. Qualcuno ricorda le tendenze stalkeristiche di Edward in Twilight? Il vizio di Damon di uccidere chiunque nel Diario del Vampiro? Bene, parlo di questo.

(3) Quasi a controbilanciare tutti gli alibi e il condono perenne offerti agli uomini, l’altro lato della medaglia è il trattamento indegno che queste storie riservano ai personaggi femminili. Lasciando da parte la protagonista - che comunque viene trattata dagli uomini come una bambolina o un premio da conquistare -, tutte le donne vengono sminuite e sbeffeggiate dalla narrazione perché l’eroina possa essere “elevata” al di sopra di tutte le altre. Di solito c’è sempre almeno un personaggio femminile – spesso più di uno - che viene rifiutato romanticamente dall’eroe, in modo più o meno esplicito (Jessica rifiutata da Edward in Twilight? Se non sbaglio Caroline da Damon e/o Stefan nel Diario del Vampiro?), e a cui vengono attribuite le etichette di “superficiale”, “stupida”, et similia, per essere alla fine seppellito dal confronto con la protagonista, che risulta così unica vincitrice (e va ad alimentare le tendenze anti-femministe che questa società patriarcale tenta ancora di inculcare nelle nostre teste.)
      

--- ATTENZIONE: SPOILER ---

Alina è una ragazza ordinaria, povera, non particolarmente bella, non particolarmente dotata. Una tipa nella media. Innamorata del suo migliore amico, Mal, e non ricambiata. La sua vita viene messa sottosopra quando scopre di avere un potere unico nel suo universo, un potere che non solo fa di lei una Grisha (vale a dire uno degli essere più potenti del pianeta) ma la rende anche una sorta di prescelta, l’unica in grado di salvare il mondo e blablabla. Fin qui nulla di nuovo: sono le classiche premesse che sanno di già sentito, le basi da cui partono tutte le narrative di self-insert di cui sopra.

Quando entra in scena il Darkling, è facile riconoscere in lui un’altra componente di quella narrativa: il classico protagonista bellissimo, misterioso, più potente di chiunque altro, che mostra uno spiccato interesse proprio per Alina (toh!). 
Se lo stile dell’autrice non fosse stato così scorrevole, probabilmente le scene iniziali tra di loro mi avrebbero fatto buttare via il libro in preda alla frustrazione; ma a quel punto mi sarei persa il colpo di scena, il plot twist che mi ha fatto gridare al miracolo: il Darkling non è il solito antieroe cosiddetto “romantico” della situazione, ma il vero cattivo della storia. Ha sedotto ed ingannato Alina giocando sulle sue debolezze e sui suoi desideri (proprio come fanno quei dannati trope narrativi con le lettrici adolescenti), e infine ha rivelato la sua vera natura. E l’autrice – lode al suo coraggio - non tenta di addolcire la pillola giustificando il Darkling con il suo passato difficile o con un presunto vero amore per Alina (ho appena letto in Siege and Storm un passaggio agghiacciante in cui, per provocare Mal, il Darkling minaccia di torturare Alina, e nessuno mi venga a dire che non l’avrebbe fatto davvero, perché certo che l’avrebbe fatto.)

Grazie, Leigh Bardugo. Grazie, perché si tratta di una sovversione dei soliti cliché che non solo prende per il naso quelle storie trite e ritrite che io tanto detesto, ma è anche ben costruita: è del tutto naturale che Alina, orfana e sola al mondo, subisca il fascino del Darkling più di chiunque altro, che desideri elevarsi dallo stato di povertà in cui è cresciuta, dall’ombra in cui si è sempre sentita relegata. Alina è ossessionata dal lusso e dalla bellezza dei Grisha finché non riesce a vedere queste cose per ciò che sono: le illusioni di un mondo sbrilluccicante che non ha nulla di reale in sé, e che per tenersi ancorato a quel fasto con le unghie e con i denti ha gettato via ogni traccia d’umanità.    

Attenzione, non sto gridando al capolavoro; ci sono comunque delle cose che non mi hanno convinta, e l’autrice spesso inciampa negli scivoloni tipici dello Young Adult: oltre al solito trope della prescelta, penso anche all’insistenza sulla bellezza di Mal – il requisito fondamentale di ogni love interest negli YA è il far voltare le teste di tutte le donne in circolazione, it is known – e all’atteggiamento nei confronti dei personaggi femminili che non sono Alina – tutte sceme, fanatiche o cattive o tutte e tre le cose messe insieme.

Comunque, nonostante i difetti, penso che il tentativo di sovversione sia quanto meno da lodare. Spero tanto che i prossimi volumi non mi deludano, perché per ora ho tutte le intenzioni di recuperare anche Six of Crows e gli altri libri di Leigh Bardugo. 

Se avete avuto il coraggio di arrivare fino alla fine di questo papiro (lol), fatemelo sapere giù nei commenti. ♥


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