Six of Crows di Leigh Bardugo

by - marzo 04, 2019

Ketterdam: a bustling hub of international trade where anything can be had for the right price—and no one knows that better than criminal prodigy Kaz Brekker. Kaz is offered a chance at a deadly heist that could make him rich beyond his wildest dreams. But he can’t pull it off alone. . . .


Six of Crows mi ha fatto un effetto un po’ strano: appena l’ho chiuso mi è subito venuta voglia di rileggerlo. E non per una grande passione improvvisa, se devo essere sincera, ma perché sono convinta che sia uno di quei libri che “rende” di più dopo una seconda lettura.

Il perché è presto detto: Six of Crows (almeno per me) non brilla per trama né per potere di coinvolgimento; non provoca quella “foga” di continuare a voltare pagina per sapere che cosa succede dopo. Piuttosto, i suoi punti di forza – altrettanto validi - sono i dettagli: il world-building, la caratterizzazione dei personaggi, i temi affrontati; e per analizzarli ed apprezzarli in pieno, una seconda lettura sarebbe quasi un must (prima o poi lo farò).

Il mondo creato dalla Bardugo mi aveva già colpito nella trilogia Grisha, e qui si riconferma un universo studiato con grande cura, a partire dalle diverse nazioni che si trovano nella mappa del Grishaverse per arrivare ai loro abitanti, alle lingue e alle culture; e ciò che è più degno di nota, è proprio il focus sulla relatività delle percezioni culturali: se nella trilogia, ambientata a Ravka, il popolo dei Grisha era considerato alla stregua degli angeli o delle divinità, qui la Bardugo ci mostra una parte del tutto diversa di questo mondo, in cui invece i Grisha sono vittime di razzismo, perseguitati e rinchiusi in gabbie. E come se non bastasse, la molteplicità dei punti di vista dei personaggi (ognuno con idee e pregiudizi plasmati dall’ambiente di provenienza) serve proprio a mostrare come chiunque possa essere “un mostro” agli occhi di qualcun altro. Chapeau, Leigh Bardugo. Chapeau.

A questo proposito, va anche menzionata la varietà di temi sociali: oltre al razzismo e alla relatività culturale (che sono quelli più approfonditi), in queste cinquecento pagine viene dato spazio all’omosessualità, alla disabilità, alla prostituzione, e anche senza metterli in primo piano, l’autrice riesce comunque a trattarli in maniera misurata e con la giusta delicatezza, senza mai scadere nel buonismo o nella commiserazione.
E che dire poi della caratterizzazione dei personaggi? Dell’onestà della narrazione? Tutti e sei i protagonisti sono scandagliati fin nei minimi dettagli, con tanto di descrizione degli eventi-chiave del loro passato e di tutte le sfumature che, in un modo o in un altro, danno forma alla loro mentalità e ai loro rapporti.
Qui non c’è davvero nulla da criticare: se qualcuno è in grado di prendere gli stereotipi dello Young Adult e trasformarli in personaggi dinamici e a tutto tondo, quella è la Bardugo; e se questo era già chiaro nella Grisha, qui tocchiamo vette in cui non avrei mai osato sperare: i pregi dei protagonisti s’accompagnano a sfilze di lati negativi (e d’altronde i Dregs sono GLI anti-eroi per definizione) che non vengono mai giustificati, mai “coperti”, ma solo spiegati attraverso i riferimenti alla loro storia personale; e questo non impedisce al lettore di tifare per loro, anzi, rende i loro percorsi ancora più emozionanti (quelli di Inej e Matthias in particolare mi hanno commossa).




Ora, se tutti questi aspetti mi hanno fatta letteralmente innamorare, purtroppo la modalità della narrazione ha anche qualche lato discutibile. Innanzitutto, il modo in cui l’autrice ha scelto di gestire intreccio e fabula (mettendo sempre in pausa il tempo della storia per tornare indietro, facendo continue digressioni sul passato dei personaggi) ha per conseguenza inevitabile un rallentamento della lettura.
Questo non è per forza un male; anzi, conoscere la storia dei protagonisti permette di capirli, e in ogni caso la Bardugo si è anche premurata di far sì che la maggior parte dei flashback finiscano per avere un “ruolo” nella trama.

Però, io parto sempre dall’idea che quando la narrazione non procede spedita – a meno che l’autore in questione non sia Victor Hugo – significa che c’è un problema.

In questo caso il problema è che, se da un lato l’autrice ha dedicato tantissima cura ai personaggi e ai temi, non ha prestato altrettanta attenzione alla trama principale. Per quanto all’inizio la missione dei Dregs possa promettere bene, nel corso del libro si perde per strada: di azione ce n’è poca, di svolte pure, e le uniche volte in cui i personaggi discutono il da farsi, ripetono quasi sempre le stesse cose. E d’altronde non c’è molto di cui parlare: la trama non presenta grandi possibilità di ramificazioni; i Dregs devono entrare in una prigione super-fortificata e recuperare un vecchio scienziato pazzo. È una missione che, senza tutto il contorno, potrebbe essere descritta in cento pagine – e infatti, guarda caso, è solo nell’ultimo centinaio di pagine (quando entriamo nella prigione) che finalmente la narrazione prende piede, abbandonando quei flashback che, ormai, non servono più a “ritardare” il momento clou.

Da una parte questa semplicità di trama potrebbe essere considerata un difetto; dall’altra si potrebbe vedere come un espediente che permette al lettore di concentrarsi su altre cose. Ora, nonostante io ami (AMI) le narrative guidate dai personaggi piuttosto che dal plot, tendo in questo caso a prendere per buona la prima opzione, perché sono convinta che un libro davvero buono debba essere in grado di trovare un giusto equilibrio tra i due aspetti.

Non mi linciate: Six of Crows è un buon libro. Ma continuo ad aspettarmi qualcosa in più – perché penso che la Bardugo sia in grado di accontentarmi. 4 stelle.

★★★★

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