Six of Crows di Leigh Bardugo
Six of Crows mi ha fatto un effetto un
po’ strano: appena l’ho chiuso mi è subito venuta voglia di rileggerlo. E non
per una grande passione improvvisa, se devo essere sincera, ma perché sono
convinta che sia uno di quei libri che “rende” di più dopo una seconda lettura.
Il perché è
presto detto: Six of Crows (almeno
per me) non brilla per trama né per potere di coinvolgimento; non provoca
quella “foga” di continuare a voltare pagina per sapere che cosa succede dopo. Piuttosto,
i suoi punti di forza – altrettanto validi - sono i dettagli: il world-building, la caratterizzazione dei personaggi, i
temi affrontati; e per analizzarli ed apprezzarli in pieno, una seconda lettura
sarebbe quasi un must (prima o poi lo
farò).
Il mondo creato
dalla Bardugo mi aveva già colpito nella trilogia Grisha, e qui si riconferma
un universo studiato con grande cura, a partire dalle diverse nazioni che si
trovano nella mappa del Grishaverse per arrivare ai loro abitanti, alle lingue
e alle culture; e ciò che è più degno di nota, è proprio il focus sulla relatività delle percezioni culturali: se nella trilogia, ambientata a Ravka,
il popolo dei Grisha era considerato alla stregua degli angeli o delle divinità,
qui la Bardugo ci mostra una parte del tutto diversa di questo mondo, in cui
invece i Grisha sono vittime di razzismo,
perseguitati e rinchiusi in gabbie. E come se non bastasse, la molteplicità dei
punti di vista dei personaggi (ognuno con idee e pregiudizi plasmati
dall’ambiente di provenienza) serve proprio a mostrare come chiunque possa
essere “un mostro” agli occhi di qualcun altro. Chapeau, Leigh Bardugo.
Chapeau.
A questo
proposito, va anche menzionata la
varietà di temi sociali: oltre al razzismo e alla relatività culturale (che
sono quelli più approfonditi), in queste cinquecento pagine viene dato spazio
all’omosessualità, alla disabilità, alla prostituzione, e anche senza metterli
in primo piano, l’autrice riesce comunque a trattarli in maniera misurata e con
la giusta delicatezza, senza mai scadere nel buonismo o nella commiserazione.
E che dire poi
della caratterizzazione dei personaggi?
Dell’onestà della narrazione? Tutti e sei i protagonisti sono scandagliati fin
nei minimi dettagli, con tanto di descrizione degli eventi-chiave del loro
passato e di tutte le sfumature che, in un modo o in un altro, danno forma alla
loro mentalità e ai loro rapporti.
Qui non c’è davvero
nulla da criticare: se qualcuno è in grado di prendere gli stereotipi dello
Young Adult e trasformarli in personaggi dinamici e a tutto tondo, quella è la
Bardugo; e se questo era già chiaro nella Grisha, qui tocchiamo vette in cui
non avrei mai osato sperare: i pregi dei protagonisti s’accompagnano a sfilze
di lati negativi (e d’altronde i Dregs sono GLI anti-eroi per definizione) che
non vengono mai giustificati, mai “coperti”, ma solo spiegati attraverso i
riferimenti alla loro storia personale; e questo non impedisce al lettore di
tifare per loro, anzi, rende i loro percorsi ancora più emozionanti (quelli di
Inej e Matthias in particolare mi hanno commossa).
Ora, se tutti questi aspetti mi hanno fatta letteralmente innamorare, purtroppo la modalità della narrazione ha anche qualche lato discutibile. Innanzitutto, il modo in cui l’autrice ha scelto di gestire intreccio e fabula (mettendo sempre in pausa il tempo della storia per tornare indietro, facendo continue digressioni sul passato dei personaggi) ha per conseguenza inevitabile un rallentamento della lettura.
Questo non è per
forza un male; anzi, conoscere la storia dei protagonisti permette di capirli,
e in ogni caso la Bardugo si è anche premurata di far sì che la maggior parte
dei flashback finiscano per avere un “ruolo” nella trama.
Però, io parto
sempre dall’idea che quando la narrazione non procede spedita – a meno che
l’autore in questione non sia Victor Hugo – significa che c’è un problema.
In questo caso
il problema è che, se da un lato l’autrice ha dedicato tantissima cura ai
personaggi e ai temi, non ha prestato altrettanta attenzione alla trama principale. Per quanto all’inizio
la missione dei Dregs possa promettere bene, nel corso del libro si perde per
strada: di azione ce n’è poca, di svolte pure, e le uniche volte in cui i
personaggi discutono il da farsi, ripetono quasi sempre le stesse cose. E
d’altronde non c’è molto di cui parlare: la trama non presenta grandi
possibilità di ramificazioni; i Dregs devono entrare in una prigione
super-fortificata e recuperare un vecchio scienziato pazzo. È una missione che,
senza tutto il contorno, potrebbe essere descritta in cento pagine – e infatti,
guarda caso, è solo nell’ultimo centinaio di pagine (quando entriamo nella
prigione) che finalmente la narrazione prende piede, abbandonando quei
flashback che, ormai, non servono più a “ritardare” il momento clou.
Da una parte
questa semplicità di trama potrebbe essere considerata un difetto; dall’altra
si potrebbe vedere come un espediente che permette al lettore di concentrarsi
su altre cose. Ora, nonostante io ami (AMI) le narrative guidate dai personaggi
piuttosto che dal plot, tendo in questo caso a prendere per buona la prima
opzione, perché sono convinta che un libro davvero buono debba essere in grado
di trovare un giusto equilibrio tra i due aspetti.
Non mi linciate:
Six of Crows è un buon libro. Ma
continuo ad aspettarmi qualcosa in più – perché penso che la Bardugo sia in
grado di accontentarmi. 4 stelle.
★★★★☆




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